Messa «Feast For Water» (2018)
Recensione
Quasi cinquanta minuti di ascolto si propagano attraverso le misteriose quanto oscure note dei Messa, che rilasciano oggi questo secondo full lenght “Feast For Water”, un disco incentrato su un contesto base doom misto comunque a dark e stoner. A fare molta presa sull’intera sessione è il clean femminile che, sulla scia di basi fuzz di matrice settantiana, offre un particolare quanto intenso effetto sia sul sound che sul particolare lavoro delle chitarre dirette, rispetto al primo lavoro, su assetti maggiormente melodici. E proprio dalle chitarre è data l’altra caratteristica del disco ovvero quella di offrire anche degli stacchi più bluesy che regalano nuovamente degli inaspettati quanto emozionanti schemi. Uno scenario dunque che mai si distacca dai caratteristici canoni del doom metal offrendo così sensazioni che si alternano con la particolarissima quanto profonda realizzazione degli assetti ambient capaci di rendere di tanto in tanto spettrale l’interno contesto. “Naunet” è l’intro del disco, due minuti abbondanti di ambient dedicati a quella che è la sostanza ispiratrice dell’interno disco ovvero l’acqua richiamata qui con il nome della divinità egizia che ne caratterizzava il lato femminile; lo scenario musicale si solidifica con la successiva “Snakeskind” all’interno del quale sul letto di un fiume in sottofondo, compaiono i primi richiami blues di cui si accennava sopra, quasi impercettibile per l’ottima composizione molto melodica di cui la band è protagonista tra distorti fuzz e immancabili refrain; si prosegue poi con “Leth” un brano tipicamente doom questa volta con richiami stoner il cui risultato offre scenari incredibilmente riflessivi per i suoi profondi passaggi ambient ma soprattutto per l’incredibile voce. La successiva “The Seer” offre molto doom ma allo stesso tempo anche scenari molto più moderati e pacati, quasi vellutati, degno dei migliori artisti che sanno come farsi apprezzare. Molto oscura è l’apertura in piano di “She Knows”, che striscia come un serpente senza farsi vedere, senza apparire troppo per rimanere anonimo e lasciare nel suo passaggio il colpo di coda offerto dall’ottimo lavoro delle chitarre in alternanza nuovamente ad un piano elettrico tipico dei film di un tempo. “Tulsi” ci scuote non poco con la sua apertura inaspettata quasi a scrollarsi di dosso lo scenario del precedente brano direzionandosi ora in un contesto black prog all’interno del quale un sax fa la sua comparsa per rendere ancor più sorprendente il tutto. “White Saint” è in sostanza una nuova magia che alterna il felpato ambient e la cullante e splendida voce su un parametro strutturale alternato all’immancabile doom distorto ma mai esagerato, proprio per essere assimilato sino in fondo; il lavoro si conclude con l’etnica strumentale “Da Tariki Tariqat” capace di lasciare immancabilmente quell’impronta variegata che tra un acustico e un ambient di sottofondo con una nuova comparsa del sax su cui partono nuovamente i fuzz e la creatività alla massima potenza. Un disco che mancava nel panorama musicale nazionale, maturo, personale e totalmente accattivante.
Track by Track
- Naunet 80
- Snakeskin Drape 80
- Leah 85
- The Seer 85
- She Knows 80
- Tulsi 80
- White Stains 85
- Da Tariki Tariqat 80
Giudizio Confezione
- Qualità Audio: 80
- Qualità Artwork: 80
- Originalità: 90
- Tecnica: 90
Giudizio Finale
83Recensione di Wolverine » pubblicata il 12.03.2018. Articolo letto 2312 volte.
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