Guiltys Law «Total Insanity» (2009)

Guiltys Law «Total Insanity» | MetalWave.it Recensioni Autore:
Rocket Queen »

 

Recensione Pubblicata il:
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Visualizzazioni:
996

 

Band:
Guiltys Law
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Titolo:
Total Insanity

 

Nazione:
Giappone

 

Formazione:
Takashi Iwahara : lead and rhythm guitars, background vocals

Tomochika Takasawa: lead and rhythm guitars, background vocals

Kunihiko Saitoh: lead and background vocals

Toshio Fujita: Drums

Kazunobu Kitadate: Basses, background vocals

 

Genere:

 

Durata:
42' 88"

 

Formato:
CD

 

Data di Uscita:
2009

 

Etichetta:

 

Distribuzione:
---

 

Agenzia di Promozione:
---

 

Recensione

1994 : una decade e oltre. Quindici anni all’attivo per il progetto Guiltys Law, esattamente il tempo necessario per presentare il primo debut album della loro lunga e travagliata storia: “Total Insanity”, un compendio di sonorità melodic power metal profondamente influenzate dalla tradizione teutonica attraverso risonanze fin troppo evidenti con Helloween, Blind Guardian e Gamma Ray per citarne alcuni.
Gli strumenti si scaldano a partire dal 2000, anno in cui la band trova una line up stabile dopo infinite defezioni da parte dei musicisti di turno, dieci anni in cui l’unico membro stabile è lo stesso fondatore, il bassista Kazunobu Kitadate. La loro attività viene notata nella patria nipponica grazie all’uscita di tre demo, “Demo2002” (2002), “Generation Struck” (2003), e infine “Kingdom Dark” (2004) dopo di che la coesione della band viene nuovamente meno, e Kitadate ricomincia pazientemente a ricostruire i cocci dell’ennesima formazione disgregata. Da questo momento anno dopo anno si aggiunge un componente di quella che sarà la formazione definitiva, così da dare alle stampe il sofferto “Total Insanity” nel 2009.

Album controverso, nonostante una struttura compositiva a tratti interessante, pecca su più fronti, in particolare riguardo la tecnica vocale ma soprattutto per una scarsissima produzione che rende faticoso l’ascolto per la quasi totalità del lavoro. Fattore evidente fin dalla first instrumental track “Into the Abyss” in cui i semplici accordi acustici troppo scivolosi scalfiscono il lavoro, caratterizzato da un mixaggio sporco, incapace di equalizzare i volumi sull’innesto degli altri strumenti. Rhythm guitars e drumming decisamente acerbi e melodie che poco raccontano di sé, esprimendosi in un improvviso “crescendo” nonsense che sterza in una stonatura non collegando il lavoro alla track successiva.
Le cose non migliorano per “Crusader” in cui si scopre l’altra grande debolezza del prodotto, ovvero l’estensione vocale di Kunihiko Saitoh che non riesce a coprire il range delle note ambite modulando la performance attraverso una tecnica che non si slaccia dei legami accademici invece di trovare una propria dimensione e tonalità, risultando troppo impostato e impersonale. Il lavoro di riffing e solos, per quanto poco originali, risollevano le sorti della track intrecciandosi piacevolmente nel chorus, che spesso risulta essere una delle proposte più soddisfacenti dell’intero album.
“Rebirth” sfodera le vibrazioni vitali del basso di Kitadate su un’impostazione vocale suadente e di tonalità inferiore in cui Saitoh risulta più credibile, tuttavia risente quasi subito dei difetti riscontrati in precedenza, oltre allo sterile drumming di Toshio Fujita che appare come un accompagnamento spensierato. Il chorus si stempera in un’esibizione scontata e la voce da l’impressione di cimentarsi nei rifrains che spuntano in una serata al karaoke con gli amici: la potente intensità strumentale che caratterizza il genere è totalmente assente, e l’assolo fiacco crea uno schematismo per cui non vi è un senso artistico, ma solo una ripetizione di un certo stilema tradizionale.

La promettente cavalcata stile prime produzioni degli Helloween in “Generation Struck” crea un pezzo molto gradevole dal punto di vista compositivo: le lacune si assottigliano e se il disco fosse ricco di questi spunti accompagnato da maggiore attenzione alla registrazione, arrangiamenti e lavoro tecnico il risultato sarebbe stato particolare. Si destano le chitarre che corrono parallele a trame corali evocative che finalmente si legano a intese strumentali in grado di fare intravedere la destrezza musicale del quintetto. “Deadlyman” è un ulteriore pezzo che s’avvicina ai dettami dello stile power, melodie acute che vagamente richiamano lo speed, tecnicamente piuttosto semplici e comuni ma realizzate onestamente, armonizzato anche lo stile di Saitoh meno vibrante nel mantenere le note. “Behind the Mask” occhieggia senza nascondersi ai gruppi già citati, depauperandosi di quella vena d’originalità che un gruppo emergente dovrebbe saper creare attorno a sé, pur essendo un pezzo piuttosto affascinante per quanto riguarda l’architettura strumentale, soprattutto la scelta di iniziare e chiudere la track attraverso l’utilizzo dei medesimo lavoro di drumming, perpetrarsi di una storia che non vuol finire di raccontarsi; una performance vocale molto migliore dal punto di vista tecnico, se solo non andasse a scoprire una timbrica piuttosto nasale di Saitoh, inficiante per l’intero lavoro. Stessa lunghezza d’onda per “Total Insanity” e “Judgement Day”, mancano di tono, di quella furia combattiva sotto il vessillo di una guerra tutta personale contro le iniquità del momento intrisa di heavy e speed che ha reso immortale “Le Zucche di Amburgo” e soci.
L’idea della Power Ballad “Silent Scream”, che poteva essere intuitivamente il genere in cui potevano regalarci qualcosa da ricordare, è storpiata da una cattiva resa tecnica da parte di Saitoh, troppo nervoso in una performance che rimane tesa e piatta, mentre il lavoro si banalizza in“ Journey Beyond the Time”.

Peccato: pezzi come “Conflict called Evolution” fanno pensare che la band avrebbe avuto qualche idea brillante su cui costruire un album gradito a tutti i fan nostalgici del power teutonico, invece si presentano con una formazione cui manca sintonia, grinta e verve compositiva per allontanare i pezzi dai rimasticati classicismi più tipici del genere. Un art work imbarazzante corona un lavoro che pizzica proposte fin troppo manifeste, senza trovare quella personalità necessaria a rendere l’uscita interessante. Nonostante l’ammirevole caparbietà di Kitadate nel rinascere continuamente dalle ceneri delle innumerevoli formazioni, il lavoro è sottotono e la band deve maturare, affinare il lavoro di produzione, la tecnica e l’affiatamento: solo in questo modo potranno presentarsi con temperamento competitivo e far finalmente parlare di sé.

Track by Track
  1. Into the Abyss 35
  2. Crusader 45
  3. Rebirth 40
  4. Generation Struck 60
  5. Deadlyman 50
  6. Behind the Mask 45
  7. Total Insanity 45
  8. Judgement Day 50
  9. Silent Scream 40
  10. Journey Beyond the Time 50
  11. Conflict Called Evolution 60
Giudizio Confezione
  • Qualità Audio: 50
  • Qualità Artwork: 40
  • Originalità: 55
  • Tecnica: 65
Giudizio Finale
49

 

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