Mia Hope «We Are Just Satellites» (2010)

Mia Hope «We Are Just Satellites» | MetalWave.it Recensioni Autore:
ojumalu »

 

Recensione Pubblicata il:
--

 

Visualizzazioni:
786

 

Band:
Mia Hope
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Titolo:
We Are Just Satellites

 

Nazione:
United Kingdom

 

Formazione:
Matt Wakefield : Vocals
Phil Buch : Guitars
Pingers "Danger" Wilson : Bass
Ryan Gillett : Drums

 

Genere:

 

Durata:
54' 9"

 

Formato:
CD

 

Data di Uscita:
2010

 

Etichetta:

 

Distribuzione:
---

 

Agenzia di Promozione:
---

 

Recensione

Il nuovo metallo veste ordinato , non porta barbe incolte e voluminose o chiome di lunghi capelli, non vive sui fasti degli antichi (e inarrivabili) antenati, li ritiene troppe volte vetusti e obsoleti, e talvolta, con leggerezza, si proclama il nuovo che avanza, senza averne alcuna leggittimità.
Il nuovo metallo molto spesso è un pop-metal con il costume nero del cattivo ed elargisce senza pietà alcuna alternanze di pseudo-violenza in musica e melodie mielose e scontate, messe al mondo su chissà quale tavolino di label attente più al mercato e ai suoi pruriti che alla salvaguardia della Musica, quella con la M maiuscola appunto.
Il nuovo metallo conta però anche su alcuni figli, pochi per dire la verità, degni di attenzione, o perlomeno, dotati innegabilmente di quel potenziale palese e prezioso che, come un machete nella jungla di proposte omologate e omologanti che i nostri anni offrono, può e deve servire a distinguersi non solo per il look, per un bel viso o per un'immagine artificiale e costruita, quanto piuttosto per un reale talento musicale, per la ricerca di un proprio stile e per la capacità di non cadere nel banale abusando di cliches di derivazioni commerciali solo per vendere qualche copia in più.
Bene, il nuovo metallo ha un figlio giovane e promettente, il suo nome è Mia Hope e 'We Are Just Satellites' è il suo primo lavoro, proposto senza mezze misure in 12 tracks cariche di rabbia, velate talvolta di malinconia e paranoia, ma sempre e comunque coerenti e personali.
La prima cosa che si coglie finito il primo ascolto del disco è la straordinaria capacità di spaziare tra diverse influenze, facendole proprie e assimilandole in uno stile fluido e spavaldo, e se ancora manca un pizzico di mestiere in fase di arrangiamento (stiamo parlando di un disco d'esordio, da non dimenticare...), possiamo senza ombra di dubbio riconoscere che difficilmente si possa affermare di aver colto soluzioni scontate o "passaggi a vuoto".

I quattro britannici hanno stoffa e si vede, capacità compositive ed esecutive sopra la media ed è quasi palpabile l'energia che trasmette la loro proposta.
Il genere che ne scaturisce è un'ibridazione ben riuscita di vari stili e correnti, perlopiù tutti di matrice ed estrazione HC, per cui si spazia tra elementi propri del Death-Core, dello Screamo, fino a trovare venature e tecnicismi di impronta Math, intervallati da momenti melodici mai banali e dalle atmosfere suggestivamente malinconiche e da alcuni spunti che possono riportare alla mente talvolta un certo Crossover anni '90 in certi casi o soluzioni più propriamente Thrash in altri (per farsi un'idea basta ascoltare il brano 50 Years Storm).

Per voler scomodare band più illustri al fine di dare un'idea di cosa potrebbero ricordare i nostri potremmo parlare dei primi Underoath per quanto concerne lo Screamo, dei più recenti Bring Me the Horizon in riferimento alle molteplici sfuriate Deathcore, di Converge e Norma Jean (con le dovute proporzioni) per gli elementi più spiccatamente Math e se dovessimo andare a cercare qualche flebile e appena accennata sensazione di Crossover sicuramente i più vicini sarebbero i Deftones dei primi album.

I pezzi del disco scivolano uno dietro l'altro abbastanza piacevolmente proprio perchè tutti muniti di una propria logicità e poliedricità, perchè ben eseguiti e perchè caratterizzati da continui cambi di tempo e di tema.
La voce spazia con buona personalità tra scream, growl e cantati, puliti o urlati che siano, le chitarre che siano aggressive, piene, squillanti o malinconiche e riflessive sui pezzi melodici di sensibilità più propriamente emo risultano sempre essere convincenti, il basso disegna belle linee e accompagna bene in fase di costruzione ritmica i brani concedendosi di tanto in tanto anche qualche piccola cesellatura virtuosistica, la batteria è incalzante e pulsante come non mai, vivace e schizzofrenica in certi cambi di tempo ed è sicuramente tra i punti di forza del combo londinese.
Tra i pezzi che meritano menzioni speciale abbiamo senza dubbio l'opening 'Pollyana' per le sue atmosfere cariche di pathos, 'Great Danes with Wings' per la forza e la violenza pure messe al servizio di un ottimo songwriting, 'More Optimistic Days' e '50 Year Storm'.

Insomma l'Old School degli antenati è altra cosa, e i mostri sacri vivono ancora incontrastati nel loro Olimpo, ma questo disco non è proprio niente malee vale la pena buttare un occhio attento e benevolo sull'evoluzione di questi quattro ragazzi, perchè per chi incline a scoprire tra le nuove correnti e tra le nuove generazioni buoni ascolti, difficilmente ci sarà il rischio di rimanere delusi.

Track by Track
  1. Pollyana 70
  2. (Filmed Like a) Modern Day Noir 75
  3. Great Danes with Wings 85
  4. Microbial Culture 70
  5. More Optimistic Days 75
  6. Now’s Not a Good Time 65
  7. 50 Year Storm 80
  8. Eating Out of Pandora's Box 70
  9. Susseration: The Escape 65
  10. Last Stand of the Unicorns 65
  11. Glass Buildings with Amazing Lights 70
  12. Writing in the Dark 70
Giudizio Confezione
  • Qualità Audio: 80
  • Qualità Artwork: 65
  • Originalità: 75
  • Tecnica: 80
Giudizio Finale
73

 

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